Grazie alla route, invasione di Cenchrus tribuloides ai Cotoni

Un’ulteriore eredità avvelenata della route Agesci di agosto è l’invasione di Nappola (volgarmente conosciuta anche con l’appropriato nome di Tribolo) che sta rendendo quasi impossibile il transito all’interno dei prati dei Cotoni. Questa infestante pianta si sta espandendo ad una velocità  impressionante nelle zone che più di altre hanno subito lo stress della route.

   

Nelle immagini (cliccabili): i prati invasi dalla Nappola e i risultati di una breve passeggiata.

Alleghiamo di seguito una breve ma eloquente nota tecnica al riguardo per la penna del Professor Fabio Garbari.

Un’altra spiacevole conseguenza del raduno degli scout a San Rossore

L’invasione di una graminacea esotica sulle superfici già occupate dalle migliaia di tende e dalle altre strutture posizionate per il maxi raduno degli scout in agosto 2014 a San Rossore, fa ancora una volta riflettere sulla opportunità di aver concesso il nulla osta a tale manifestazione, in un’area prativa protetta e fragile del Parco come i “cotoni”, tra Cascine vecchie e Cascine nuove.

Si tratta di Cenchrus tribuloides, chiamato dai botanici anche Cenchrus incertus o Cenchrus spinifex, la cosiddetta “nappola delle sabbie” o “tribolo”, tipica delle dune arretrate e degli incolti sabbiosi, originaria dell’America tropicale e subtropicale. Osservata per la prima volta nel 1933 presso Venezia e pochi anni dopo in Versilia, presso la Darsena portuale di Viareggio nel 1943, poi a Torre del Lago nel 1961, presso Villa Borbone e a Forte dei Marmi nel 1962, questa pianta, fino all’immediato dopoguerra, era relativamente rara. Non rilevata per San Rossore in un censimento floristico aggiornato al 1999 e pubblicato nel 2000, è stata individuata dopo tale data da chi scrive, in pochi esemplari, sui “cotoni”. In genere il suo espandersi è decorso in parallelo al boom del turismo balneare degli ultimi decenni, rivelandosi quale autentica piaga per i bagnanti e i campeggiatori e danneggiando il turismo che inizialmente ne aveva involontariamente favorito la diffusione. Dai pochi individui osservati in San Rossore poco meno di 10 anni fa, si è passati alla abnorme e preoccupante situazione odierna [settembre 2014], conseguente all’alterazione del substrato e delle componenti vegetazionali del dopo-raduno scoutistico. La sostituzione della nobile flora dei cordoni dunali e dei “cotoni”, così ricca di elementi floristici ed ecologici significativi, con questa malerba vituperata da tutti coloro che ne provano il contatto, rappresenta in maniera emblematica sia – in generale – la degradazione delle nostre spiagge, sacrificate alla sete di guadagno di pochi profittatori, sia – in particolare – la scriteriata politica gestionale che in un’area protetta come quella del Parco di Migliarino San Rossore Massaciuccoli è stata attuata, concedendo l’uso del territorio per eventi di enorme impatto ambientale.

Lo sviluppo – e la diffusione – di questa specie, che in diversi Paesi non può essere propagata e nemmeno commerciata, è legato ai corpi fruttiferi (cariossidi) che sono rivestiti da setole indurite a maturità, con appendici spiniformi acutissime e in parte ricurve all’apice. Ciò consente che le spighette con i semi al loro interno si aggancino con estrema facilità agli indumenti, alle scarpe, alla pelle e perfino ai pneumatici e ad altri materiali, e siano quindi facilmente trasferite, soprattutto da animali e bestiame in genere con pelliccia lanosa, determinando in poco tempo, grazie all’alta percentuale di germinabilità delle cariossidi, una vera e propria infestazione. Le appendici spiniformi risultano molto pericolose per gli animali domestici e da compagnia, che vengono feriti e ulcerati sia nelle zampe che negli apparati buccali. Anche gli animali al pascolo possono risentirne seriamente. Si aggiunga che le lane o le pelli che contengono tali strutture vegetali sono commercialmente deprezzate.

Il controllo di questa specie non è agevole. In situazioni normali, in natura, il pascolo degli erbivori, in genere ungulati ma anche conigli e lepri selvatici, intervenendo con la brucatura sulle giovani plantule, previene la formazione degli scapi fioriferi e fruttiferi, impedendo la maturazione delle spighette e la diffusione della specie per seme. Anche lo sfalcio operato in periodo opportuno può attenuare la propagazione della pianta. Poco efficace l’uso di erbicidi, che comunque non impediscono ai semi di restare vitali. L’eventuale disseminazione e permanenza nel substrato di questa terofita scaposa, cioè di una pianta annuale ma in condizioni ottimali anche bienne o perennante, consente di accumulare nel terreno un notevole numero di propaguli, che germinano dopo due o tre mesi, ma che possono permanere dormienti e vitali fino a tre anni ed oltre. E’ nota in letteratura la capacità di contenere a livelli di bassa frequenza la presenza del Cenchrus da parte di una vegetazione prativa compatta e diversificata, attestato che il “tribolo” non ama competere con emicriptofite cespitose (piante perenni che accestiscono) e con coperture vegetali consistenti.

La rapida e generalizzata presenza sui “cotoni”di San Rossore di questa esotica invasiva consegue proprio all’essere venuta meno la fitocenosi prativa afferente alla classe vegetazionale Helianthemetea guttati, le cui dinamiche sono state interrotte e in larga parte distrutte dalla tendopoli e dalle pertinenze ad essa associate, anche se in modo temporaneo. Un monitoraggio oculato, affidato a botanici e fitosociologi competenti, potrà dare nel prossimo futuro indicazioni utili per arginare il fenomeno sopra descritto e interpretato, proponendo le soluzioni più idonee.

Purtroppo l’arrivo e la naturalizzazione, nel tempo, di varie componenti esotiche sia vegetali (ad esempio ailanto, robinia, tribolo) sia animali (tartarughe americane, dromedari) estranee agli ecosistemi del Parco, ne sviliscono la biodiversità originaria, impongono competizioni di carattere ecologico e biogeografico poco o mal tollerate dagli elementi autoctoni, si sostituiscono in qualche habitat a specie di carattere endemico o reliquale. Qualunque attività antropica che faciliti tali variazioni in negativo di flora e fauna va evitata, contrastata e condannata.

Prof. Fabio Garbari

Pisa, 6 ottobre 2014

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